Domenica Set 05

Blog di Anna Oliverio Ferraris

Il bullismo tra banana e piselli

Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2009 09:31 Scritto da Luca Pisano Martedì 01 Dicembre 2009 09:28
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Il bullismo tra banana e piselli

di

Francesco Marchioro

 

Non ci è dato sapere se la banana, che gialla e lucida troneggia sulla campagna antibullismo della provincia di Bolzano, abbia nella mente del «guru» della pubblicità Oliviero Toscani significati così nascosti da superare «perturbando» il senso comune e immediato che vi è associato: il pene maschile e le sue esibizioni. Ma sicuramente a noi tale «segreto» che dovrebbe insinuarsi a sconvolgere le sinapsi con cui i neuroni comunicano, non appare né per la banana né per il pisello.

Ci sembra che l’utilizzo di un simbolismo così scontato nella sensibilità comune e ampiamente usato nel linguaggio popolare appiattisca la complessità che il bullismo rappresenta, richiami il modello tradizionale, in crisi, della figura maschile, della divisione del mondo per genere (sessuale), e a suo modo confermi la visione fallocentrica del problema - bullismo, come se tale questione fosse tutta lì, in quei centimetri crescenti o calanti per cui il pene può esaltare od annullare un maschio in crescita.

Crediamo piuttosto che il bullismo non concerna ragioni tecniche, fisiologiche ma di questioni legate alla complessa saldatura di elementi tra loro in conflitto come, ad esempio, l’esercizio della sessualità, il linguaggio del corpo e la canalizzazione della forza fisica adolescenziale, il desiderio erotico e i sentimenti di amicizia gruppale, l’assunzione femminile di comportamenti violenti e subdoli (bullismo al femminile), l’uso della trasgressione e l’importanza dei valori etici.

Non si chiede certo di produrre una pubblicità che sappia giudicare o demonizzare il bullismo e le espressioni di violenza ad esso correlate, ma pare evidente che il disegno del pisello e della banana «banalizzano» il problema – bullismo per eccesso di …semplificazione, oltre che per ansia di comunicazione, come se una firma prestigiosa bastasse a far passare come «provocatorio» un messaggio per nulla «in controtendenza» come vorrebbe essere ogni campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani.

A meno che velatamente non si voglia alludere all’ovvio e all’ottuso, a quel senso ovvio che l’autore ha esemplificato nell’opera con un linguaggio comune e simbolico condiviso, e al senso ottuso, ovvero «quello che – secondo Roland Barthes – accade in eccesso, come un di più che la mia intelligenza non giunge ad assorbire e quindi sfugge.»

Al riguardo ci intratteniamo con Anna Oliverio Ferraris, nota saggista e docente di psicologia dello sviluppo all’università La sapienza di Roma, che al tema ha dedicato recentemente un libro, dal titolo Piccoli bulli crescono e le poniamo alcune domande.

Professoressa, che cosa ne pensa del linguaggio che questa pubblicità propone?

Lo trovo rozzo e machista. In quelle immagini c’è un doppio messaggio, uno esplicito e uno implicito. Il messaggio esplicito ha come obiettivo il bullo, che Toscani mette alla berlina usando la stessa arma del bullo cioè l’oltraggio. Quello implicito associa il concetto di superiorità/inferiorità all’anatomia maschile, ma così facendo si appella ad una mentalità fallocentrica, legittimandola e diffondendola. Inutile dire che non è un tipo di linguaggio che può raggiungere il pubblico femminile.

- Oggi, assistiamo all’emergere di un bullismo femminile e ad un effetto di imitazione, ampliato dai media e da internet sia nei ragazzi che nelle ragazze.

Sta emergendo qua e là, un bullismo femminile che imita quello maschile, grazie anche alla cassa di risonanza dei media che promuovono modelli di eroine femminili che fanno ricorso alla violenza fisica. Si tratta però ancora di un fenomeno molto circoscritto. Il bullismo femminile “tipico” è verbale. Le armi usate dalle ragazze sono la maldicenza, l’insulto, la denigrazione, il sarcasmo, l’emarginazione che, come sappiamo, possono ferire quanto o più delle botte.

- Cosa c’è alla base del comportamento del\della bullo?

Nel bullo che perseguita la sua vittima c’è un disagio che può essere legato alla sua immaturità, ai modelli che trova nel suo ambiente di vita e che lo legittimano a prevaricare gli altri, oppure ad un bisogno di rivalsa e di autoaffermazione che nasce da problematiche psicologiche legate alla sua storia individuale e/o familiare. Per questo, oltre ad aiutare la vittima a sottrarsi alle angherie del bullo, bisogna aiutare anche il bullo ad uscire da quello che rischia di diventare, per lui, un circolo vizioso: per sentirsi bene deve far star male qualcun altro.

- La mancanza o l’abbandono di pratiche sociali o riti di passaggio che permettano al giovane di passare dall’infanzia all’adolescenza, dal gruppo familiare a quello più ampio degli amici o a quello imprevedibile del branco giovanile, rendono difficile o incompiuto il passaggio anche fisico all’età adulta.

Certamente, i riti di passaggio aiutano nelle transizioni da una età all’altra e dalla famiglia al contesto sociale, tant’è che quando gli adulti non ne riconoscono l’utilità e non promuovono passaggi costruttivi, i ragazzi possono escogitare altri riti per provare a se stessi il proprio valore e agli altri la propria presenza nel mondo.

- Qual è la Sua proposta per almeno riuscire a mitigare il fenomeno del bullismo?

Una serie di interventi possono essere fatti in famiglia, a scuola e nella comunità sia a seguito di atti di bullismo che per prevenirlo. Ovviamente l’educazione familiare è fondamentale e genitori preparati al loro ruolo, che sanno parlare con i figli, indirizzarli, fornire una scala di valori e dare loro anche una educazione sentimentale, sono di grande aiuto ai figli. Ma anche la scuola può fare molto nell’educare i ragazzi a relazionarsi con i “diversi da sé” che essi trovano tra le mura scolastiche, al di fuori dalla famiglia. Tra i compiti della scuola c’è anche quello di promuovere (nei fatti più che con le parole) la socializzazione e la convivenza civile. Gli strumenti di prevenzione non mancano: dall’intervento psicologico su casi particolari, al dialogo collettivo in classe, alle attività in gruppo (l’orchestra della scuola per esempio) in cui bullo e vittima devono collaborare in vista di un obiettivo comune. Non bisogna dimenticare, infine, i “testimoni”, ossia i compagni che guardano senza intervenire: più e meglio degli adulti possono porre fine agli atti di bullismo se decidono di farlo e se sanno come agire.

- E quindi, come riscriverebbe la pubblicità della banana e del pisello? E’ difficile esprime la complessità di un problema del genere con una semplice immagine, comunque accetto la sfida. Rappresenterei due volti identici, della stessa persona: su uno c’è la parola bullo, sull’altro la parola vittima… il bullo è prima di tutto vittima di se stesso, dei propri impulsi a cui non riesce imprimere una direzionalità costruttiva. Bisognerebbe però anche indicare come uscire da questa condizione, ma questo lo lascio all’immaginazione dei lettori, in particolare dei ragazzi.

 
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